Un parto ospedaliero

Scritto da admin il 17 apr, 2011 in Le emozioni dell'ostetrica, Piccole impronte | 5 commenti

Sara e Giorgio (nomi inventati) sono in attesa del loro primo bambino/a. La gravidanza di Sara procede bene, la coppia è molto attiva, frequenta il mio corso di preparazione al parto, il corso della ASL, si fa seguire in gravidanza da me e da un ginecologo, diciamo pro-naturale. Durante il percorso in gravidanza la coppia si fa un’idea precisa sul modo con cui vuole vivere la nascita del bambino. Scrive anche un “Piano del Parto” piuttosto dettagliato e lo fa mettere nella cartella aperta nell’ospedale dove Sara andrà a partorire. La scelta è di fare il travaglio nell’intimità della casa con me che sorveglio sul benessere della madre e del bambino e poi andare in ospedale per il parto. Sara si sente più sicura così e io rispetto la sua scelta. Giorgio, invece, è più propenso per il parto a casa. Arrivati a 41 settimane di gestazione in ospedale si comincia a parlare di induzione. Sara è molto agitata. Contemporaneamente ha un innalzo pressorio, le caviglie gonfie, proteine nelle urine. Si decide per il ricovero, il ginecologo aspetta qualche giorno ma visto che il quadro non si risolve, propone un’induzione con le prostaglandine. Sara si consulta con me ed anche io sono d’accordo. Il mio ragionamento è: siamo a 42 settimane, ci sono segni di pre-eclampsia*, se il bambino non nasce a breve c’è il rischio di dovere fare un cesareo, meglio allora un’induzione, se funziona evitiamo il peggio. Intanto Sara comincia ad avere un po’ di contrazioni spontanee, espelle il tappo mucoso, vede un po’ di sangue. La coppia si organizza, prende una camera pagante, così i due possono stare sempre insieme. Sara può travagliare in questa camera e, se va tutto bene, forse anche partorirci. Questa prospettiva la fa stare più tranquilla. Io posso stare con loro durante il travaglio. Vada per l’induzione. Le prostaglandine vengono applicate la mattina e tolte la sera. Durante la notte successiva Sara inizia ad avere le prime contrazioni. La mattina è a tre centimetri di dilatazione. Tutto bene. La pressione continua a rimanere alta. Io la proteggo più che posso dai commenti dei medici. Spegniamo le luci, mettiamo la musica. Le ostetriche sono molto carine. La incoraggiano ad andare avanti. La dilatazione procede bene. Però le contrazioni vengono solo se Sara sta in piedi. Appena si sdraia tutto rallenta. Lei ne approfitta per riposare. Io la incito ad alzarsi e camminare. Ho paura che se le cose si prolungano i medici decidano di intervenire. Lo spiego a Giorgio e lui si prodiga per aiutare Sara ad attivarsi. Il battito del bambino è buono. Ad un certo punto Sara si guarda intorno, sembra di essere riemersa da un sogno. La stanza è nel caos. «Mettiamo un po’ a posto» dice, e io capisco che sta preparando il nido dove accogliere la sua creatura. Mettiamo tutto in ordine. È tutto pronto e la mamma si placa. Poco dopo, alle quattordici, Sara inizia sentire i primi premiti del suo bambino. Io sono contenta, è fatta! Cambia il turno. Arriva una nuova ostetrica. Chiede a Sara di uscire dal bagno dove si era rifugiata. Rifà la visita vaginale (la collega che ha smontato l’aveva appena fatta). Non mi piace ma non dico niente. Incita Sara a spingere. Anche questo non mi piace. Questo è un momento molto intimo della donna con il suo bambino. Lasciala stare, mi verrebbe da dire, ma non dico niente. L’ostetrica ha le mani nella vagina di Sara, controlla così le spinte, non le toglie più da lì.  «Ma cosa vuoi controllare?» mi viene da urlare, ma non dico niente. L’ostetrica è molto soddisfatta, il bambino sta arrivando: «Andiamo in sala parto!». «Ma perchè?» dice Sara «vorrei stare qui, è la mia stanza, il mio nido. Vorrei continuare a spingere in piedi, non voglio montare sul lettino da parto. Qui sono più tranquilla». «Ma sono io che non sono tranquilla» replica l’ostetrica «e voglio lavorare in pace. Per questo mi trovo meglio in sala parto e quindi andiamo». A questo punto non resisto. Prendo le difese di Sara. Cerco di spiegare all’ostetrica (fuori dalla stanza) che non conosce la donna, che per Sara il luogo più sicuro per par torire è in camera. Che più la situazione è difficile e più la donna deve essere messa a proprio agio, che cambiare ambiente in questo momento può essere dannoso per la mamma e il bambino, e che comunque l’ultima decisione sul trasferimento è della coppia e non dell’ostetrica. L’ostetrica si arrabbia e si allontana. Io rientro in camera «Polina, sta arrivando!». Sara è in piedi, aggrappata alla sponda del letto. Si comincia a vedere la testina. Rientra l’ostetrica. Fa un ultimo tentativo per portare Sara in sala parto. Io la guardo stupita:«Con la testa mezza fuori?» alla fine si rassegna. «Però non in piedi» dice e la fa sdraiare sul letto. Le contrazioni, come da copione, rallentano. Siamo comunque riusciti ad interferire! Poco dopo nasce Tommaso. È un bel maschietto e sta bene. La stanza viene invasa da camici bianchi: il ginecologo, la pediatra, la seconda ostetrica, l’infermiera, la puericultrice, la donna delle pulizie. Cerco con lo sguardo Giorgio e lo vedo che sta provando ad aprire un varco tra tutte quelle persone per avvicinarsi alla sua donna e al suo bambino e non ci riesce. E penso che c’è qualcosa di molto malato in tutto questo.

* condizione di ipertensione e proteinuria che insorge durante la gravidanza

di Polina Zlotnik

 

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